esizia
/eˈzit͡sja/
Significato
Sostantivo femminile di uso letterario e antiquato che designa una sventura estrema, una rovina fatale, una catastrofe che porta con sé distruzione e morte. Il termine evoca non semplicemente una disgrazia, ma un evento luttuoso di proporzioni tragiche, quasi mitologiche, che si abbatte inesorabilmente su un individuo, una casata o un popolo. Nel lessico poetico e nella prosa aulica indica la fine ineluttabile, la perdizione ultima, e conserva una risonanza solenne che la rende affine al concetto greco di átē, la cieca fatalità che conduce alla rovina. È vocabolo che appartiene al registro elevato, caro alla tradizione tragica e alla trattatistica morale.
Origine ed etimologia
Il termine deriva dal latino exĭtium, sostantivo neutro formato sulla radice del verbo exīre («uscire, andarsene»), con il suffisso -tium indicante l'atto o il risultato. Letteralmente significava «uscita definitiva», quindi «fine, distruzione, morte». In latino classico exitium ricorre in Cicerone, Virgilio e Tacito con il senso di rovina catastrofica, spesso applicato alla caduta di città o alla fine di dinastie. L'italiano lo assunse per via dotta nel Medioevo, mantenendo intatta l'aura tragica dell'originale latino, e lo consacrò nella lingua letteraria dei secoli XIV-XVI, quando entrò a far parte del lessico petrarchesco e boccacciano.
Esempio d'uso
Cassandra, dall'alto delle mura, presagiva l'esizia imminente di Troia con una lucidità che il coro rifiutava di ascoltare, convinto che tanta sventura non potesse abbattersi su una città protetta dagli dèi da tempo immemorabile.
Curiosità
- Il termine è imparentato etimologicamente con «esito» e «uscita», ma mentre queste parole hanno mantenuto un significato neutro, esizia si è specializzata semanticamente nel senso più cupo, conservando esclusivamente l'accezione di fine catastrofica.
- Nel latino ecclesiastico exitium fu talvolta usato per indicare la dannazione eterna, contrapposta alla salus (salvezza), acquisendo così una sfumatura teologica che l'italiano esizia perse quasi del tutto nel passaggio al registro letterario profano.
- Giacomo Leopardi, pur non usando frequentemente il termine, nello Zibaldone riflette su parole come esizia notando come i vocaboli latineggianti conservino nella lingua italiana una «peregrinità» che li rende adatti al sublime tragico, secondo la sua teoria del vago e dell'indefinito.
Citazioni celebri
Exitio est avidum mare nautis.
— Orazio
Non v'è più crudele esizia di quella che si annida nel cuore dei tiranni.
— Vittorio Alfieri
Ogni grande impero porta in sé i germi della propria esizia.
— Edward Gibbon
Riferimenti culturali
- Nella tragedia alfieriana del Settecento, e in particolare nel Saul, il termine esizia ricorre a evocare la fine ineluttabile del sovrano biblico, contribuendo al tono sublime che caratterizza la poetica del drammaturgo astigiano e la sua riflessione sul destino tragico.
- Nell'Ortis di Ugo Foscolo il lessico della rovina e della sventura, prossimo all'esizia, permea le lettere di Jacopo che vede nella caduta della patria e nell'amore impossibile un'unica catastrofe morale, incarnando l'estetica preromantica del sublime negativo.
- Il vocabolo compare nelle traduzioni italiane ottocentesche dei tragici greci, in particolare nelle versioni di Felice Bellotti dell'Eschilo, dove esizia rende con solennità aulica il greco átē, restituendo al pubblico italiano la densità concettuale della sventura tragica antica.
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